MADAGASCAR. Une belle vie, une belle mort

Fotografie di Massimo BrancaMostra Madagascar. Une belle vie une belle mort

12 gennaio-9 febbraio 2013
Padova, Gall. Sottopasso della Stua, L.go Europa

Inaugurazione: venerdì 11 gennaio 2013, ore 17.30

Davanti all’obiettivo di Massimo Brancail Madagascar ha svelato tanto la sua quotidianità bucolica, quanto i suoi aspetti peculiari più curiosi come il particolare rapporto che il suo popolo intrattiene con la morte, considerata come una semplice tappa dello sviluppo umano, simile al passaggio tra due differenti età della vita. Questa particolare concezione della morte è in Madagascar molto più che simbolica: gli antenati continuano a provare bisogni fisici ed emozioni: la fame, la sete, la curiosità, la noia. Mostra Madagascar_AAC2058.jpg

Nel rituale “Famadihana” ogni tre anni le famiglie si riuniscono attorno alle tombe,   riesumano gli antenati e per tre giorni e tre notti ballano con loro, bevono insieme rum artigianale, mangiano a sazietà, parlano con loro e li aggiornano su quanto è successo al villaggio dopo la loro dipartita.
I corpi vengono fatti danzare sopra le teste degli invitati al ritmo giocoso e incalzante della banda, disordinata ed estatica colonna sonora di un rituale che concentra simbolicamente tutto il caos della vita in poche ore, così che ai morti possa bastare il ricordo per qualche anno ancora. Mostra Madagascar_AAC1980.jpg
I morti hanno provato ancora la gioia dei legami familiari, e così sarà ancora al prossimo Famadihana.

In Madagascar esiste un detto: “insieme viviamo da vivi nelle case, insieme viviamo da morti nelle tombe”. Per i malgasci il legame tra la vita e la morte costituisce una parte essenziale della religione e della vita sociale, ed il corpo riveste un ruolo fondamentale.
Massimo Branca e Riccardo Bononi sono andati fino al cuore rurale del Madagascar per raccontare il rituale del Famadihana, il rapporto con la morte di un popolo, la commistione temporanea tra vivi e morti, con un’attenzione all’alterità che si riflette anche nelle immagini, tra movimenti di massa, terra rossa, band musicali e sacrifici di zebù.  

E’ un momento di comunione col defunto, ma rappresenta anche un’occasione per Mostra Madagascar_AAC1055.jpg rafforzare il legame familiare sullo sfondo della propria terra natale.
La cerimonia rappresenta una spesa consistente a cui ogni familiare contribuisce con un offerta in denaro: le spese comprenderanno, tra le altre, abbondanti banchetti con carne di zebù (sacrificati per l’occasione) e l’ingaggio di una banda di musicisti. Il rito si svolge nel giorno che l’astrologo locale stabilisce seguendo conteggi basati sulle fasi lunari. Dopo una festosa processione fino alla tomba, questa viene aperta e i cadaveri estratti (in numero variabile) vengono adagiati su alcune stuoie attorno alle quali si dispongono i cari vicini al defunto. Alcuni piangono e accarezzano i corpi fasciati. Gli oratori più abili ricordano il defunto ad alta voce.
  Ad un certo punto tutti i lamenti cessano: i presenti si caricano i cadaveri sulle spalle e comincia un ballo euforico. I pianti si convertono in risa: i partecipanti, ebbri di birra e rum artigianale, danzano per ore, finché i corpi, avvolti in nuove lenzuola di seta, non saranno posti nuovamente nel loro sepolcro.
La vita continua.

Mostra a cura di a cura di Riccardo Bononi e Barbara Codogno.

Riccardo Bononi, pscicobiologo, antropologo e documentarista è dal 2010 il direttore dell’Istituto di Ricerca e Formazione nelle Scienze Sociali (Irfoss) di Padova. Già allievo di Antonio Marazzi e David e Judith MacDougall, si occupa di antropologia visuale in diverse zone del globo unendo la sua grande passione per i media visivi e la ricerca sul campo. Dal 2006 il suo interesse è approdato in Madagascar, dove è cominciata una proficua collaborazione con il fotografo Massimo Branca.
Massimo Branca, fotografo e antropologo, ha testimoniato con la sua fotocamera la diversità culturale in tre diversi continenti, dai coltivatori dell’Ecuador ai rituali funebri dell’Africa australe. Il suo approccio è sempre stato rivolto all’uso della macchina fotografica come mezzo per entrare in contatto con “l’Altro”. La grammatica del vedere è, nella sua pratica fotografica, una koinè linguistica capace di superare i confini invisibili tra nazioni, popoli e culture.

Informazioni
Ingresso libero, orario 11.00-13.00 / 15.30 -18.30, domenica chiuso
Servizio Mostre – Settore Attività Culturali
tel. 049 8204501
infocultura@comune.padova.it
http://padovacultura.padovanet.it

I commenti sono chiusi.